berto ricci: antidoto al conformismo

Articolo di Mauro

02/02/1941

Tra le sabbie del deserto libico spira, colpito a morte dalle mitragliatrici di uno Spitfire britannico, Berto Ricci. Poeta, sindacalista, matematico: un vero e proprio intellettuale rivoluzionario. Una figura, quella dello scrittore fiorentino, ancora sorprendentemente attuale, fotografata e resa immortale dalla sua prematura scomparsa a soli 35 anni.
Per noi universitari la sua figura è centrale: comprenderne i gesti e riprendere i suoi pezzi scritti ormai ben più di ottant’anni fa aiuta le nostre giovani menti a riscoprire delle alternative che siano valide anche per la nostra generazione e per quelle a venire. Con questo articolo cercheremo di soffiare la polvere accumulata sopra i pezzi de L’Universale e, più in generale, sul pensiero ricciano, un vero e proprio “Antidoto al conformismo”.

Partito inizialmente da posizioni anarchiche, attorniato da suggestioni mazziniane e dal sindacalismo rivoluzionario, procede il suo trascorso politico assumendo posizioni riconducibili al cosiddetto “fascismo di sinistra”. In un momento storico in cui l’adesione al fascismo sembrava totale, facile e dovuta, Ricci scriveva pagine infuocate, eretiche e ribelli.
Dalla critica al nazionalismo, visto come un sentimento borghese di stampo ottocentesco, che egli riteneva un ideale da “questurini”, in esatta contrapposizione alla volontà di costruire un’alternativa che fosse invece universale e che aspirasse al primato, dando agli altri popoli la possibilità di seguire un modello nuovo. Un’identità, quella ricciana, fatta a strati, a più livelli, che si sposa perfettamente con la natura variegata del nostro stivale, che fa del proprio borgo, della propria città di appartenenza e della propria regione, e poi della Nazione, un susseguirsi affiatato d’intenti che non confliggono l’uno con l’altro ma che, anzi, vanno a costituire il retaggio culturale di ognuno di noi. In questo, dunque, non possiamo che essere assolutamente sardi, italiani, mediterranei ed europei.

Ricci rappresenta l’intelligenza giovane e impegnata del suo tempo, andando a costituire un punto di riferimento finalizzato a lavorare sul presente per lasciare la propria impronta sull’avvenire. Si possono riscontrare inoltre similitudini tra Gramsci e Ricci, sottolineate da Beppe Nicolai: la capacità di intendere la cultura come elemento indispensabile dell’impegno politico, che anzi precede le lotte politiche. Impegno politico che però non è solo scritto, ma prevede soprattutto una lotta prima di tutto contro se stessi: la lotta contro il borghese che ognuno porta dentro. Contro quel tipo d’italiano resosi etichetta specialmente dopo la guerra, che ci vede come vili, rinunciatari, rassegnati e scettici, a cui invece Berto accostò la figura dell’italiano nuovo, contraddistinto da uno spirito eroico e pionieristico, senza troppe pedanterie e puritanesimi.

Indro Montanelli, che si formò alla scuola ricciana, ebbe così a descrivere il loro ultimo incontro:

“Le idee non si dividono in buone o cattive, ma in quelle in cui si crede e quelle in cui non si crede. Noi, nelle nostre, ci credevamo”.
Montanelli pone la domanda – leggete bene, è del ’55 –: “Abbiamo più creduto in altro, dopo di allora?”.
“Quando decisi di voltare le spalle al fascismo – racconta Montanelli – e andai a parlarne con Berto Ricci, questi mi disse: «Pensaci bene. Per non arrossire di fronte a noi stessi e l’uno di fronte all’altro, se imbocchi questa strada devi batterla fino in fondo, sino al confino o all’esilio. Questo solo ti chiedo: di poter continuare a stimarti come avversario, visto che devo cessare di stimarti come amico»”.

Tempo di sintesi:

Il pensiero ricciano fu avveniristico, se vogliamo, per la capacità di scovare la sintesi rivoluzionaria tra elementi di destra e di sinistra, rendendo centrali temi come il merito, la gerarchia, l’identità e l’orgoglio, eredi di un lascito ma senza venire meno alla giustizia sociale e a una base di partenza dove vi sia uguaglianza sostanziale.
Ciò che invece fu chiaro e linearmente teorizzato da Ricci fu la finta contrapposizione tra il bolscevismo e il capitalismo, da declinare non in funzione esclusivamente antibolscevica ma soprattutto anticapitalista, capendo che una volta sparito il blocco della terza via il bolscevismo sarebbe sparito come neve al sole, lasciando al vero nemico, il capitale, la scena politica. Auspicando una rivoluzione, dunque, che non fosse reazionaria ma, per l’appunto, universale.

Cosa rappresenta dunque Berto Ricci per i giovani?

Il suo esempio ci spinge a non piegarci al conformismo, a sapere di essere avanguardia e lievito per il futuro poiché non conformi e non indifferenti. Vivere il proprio tempo e contrastarlo, agendo perciò nell’immediato per plasmare la realtà in cui si vive. Rigettare il capitalismo perché insegna l’accumulazione illimitata, da contrapporre al valore del limes. La lezione di Ricci serve come dimensione estetica dell’esistenza, e lui lo fece mantenendo sino alla fine il suo spirito eroico senza mai cadere nel bigottismo e nella retorica. Tocca a noi dunque riportare il suo esempio tra le aule affinché gli studenti di qualsiasi parte politica (a patto che essi amino la Nazione ) possano sentirsi rigenerati, senza mai smettere di donarsi e di impegnarsi a prescindere dal ceto sociale e dal protagonismo.

Perché la nostra intelligenza non si eleva per facili vie ma si tempra e si legittima attraverso il sacrificio.

A Berto!


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