PATRICK SWAYZE: IL VOLTO PERDUTO DEL GIOVANE RIBELLE

Articolo di Christian

Se dovessimo pensare ad una figura che ha lasciato il segno negli anni 80 con le sue interpretazioni sul grande schermo, non possiamo che pensare al compianto Patrick Swayze. Attore, ballerino e cantante, reso celebre da film cult come Ghost e Dirty Dancing, di cui è il volto sentimentale e romantico. Eppure questa questa lettura dell’attore è parziale, se non addirittura conveniente. Esiste infatti un altro Swayze meno addomesticabile, che ha attraversato gli anni Ottanta e Novanta come una figura virile, combattiva e sicuramente più politica. Un’idea di uomo oggi molto scomoda, e proprio per questo particolarmente affascinante.

Uno di questi esempi lo troviamo negli anni della Guerra Fredda, in cui esce Alba Rossa (1984). Il film narra di una immaginaria invasione sovietica degli USA, alla quale si opporranno un gruppo di giovani studenti, i quali imbracceranno le armi e combatteranno gli invasori comunisti con azioni di guerriglia. In questa pellicola Swayze, nel ruolo di Jes Eckert, appare come il fulcro morale del racconto, mostrandosi come uno studente normale che sceglie di diventare uomo e di combattere nel momento in cui la sua Patria ed i suoi compagni d’avventura vengono messi in pericolo. Un uomo che sceglie di imbracciare il fucile per la difesa della propria comunità. Un tipo di mascolinità non rozza, ma tipica di quell’Occidente anticomunista fondato sull’idea che l’uomo debba essere pronto a combattere quando la propria pace viene spezzata.

Pochi anni dopo, nel 1989, esce Roadhouse, in cui Swayze interpreta Dalton, un buttafuori quasi archetipico, calmo e dotato di un forte autocontrollo, ma capace di utilizzare una violenza letale nel momento del bisogno. Anche in questo caso ci viene mostrata una figura che non teme il confronto, un uomo che utilizza i calci e i pugni per risolvere questioni troppo complesse per il dialogo: Swayze incarna un uomo che non delega completamente allo Stato o alle istituzioni la propria sicurezza: se necessario, agisce in prima persona, e ciò lo rende una figura profondamente politica.

Alla fine di questa evoluzione personale dell’attore, arriva nei grandi schermi un film che ha segnato intere generazioni di sognatori: Point Break, del 1991. Qui Swayze, nei panni di Bodhi, non è un difensore dell’ordine, ma un uomo che vive secondo una propria regola primordiale che si basa sul rischio e la continua sfida dei propri limiti. Rappresenta una virilità totalmente libertaria, quasi pagana, che si contrappone di netto all’omologazione e al conformismo della sicurezza razionale.

Bodhi è anche un leader carismatico e naturale, non brutale, ma capace di coinvolgere i suoi seguaci con l’esempio. Anche in questa pellicola la violenza non è gratuita, ma relegata ad un concetto di comunità e fratellanza, di vita e di prova iniziatica, sfidando il mondo ed accettandone le conseguenze.

Rileggere oggi Swayze significa riconoscere una mascolinità che il cinema odierno tende a rimuovere o ridicolizzare: fisica, risoluta, violenta ma non gratuita, fondata su responsabilità, libertà e sacrificio. Non un modello da copiare dogmaticamente,bensì una figura simbolica che racconta un’epoca in cui l’uomo veniva ancora rappresentato come colui che regge il peso del conflitto.

Patrick Swayze è stato questo: non solo l’eroe romantico e sentimentale, ma anche il guerriero, il guardiano e il ribelle. Un corpo, un volto e un’attitudine che hanno dato forma a un’idea di virilità oggi criticata e combattuta, ma ormai impossibile da cancellare dalla storia del cinema.


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