estranei: romanticismo e ideali da stadio

Articolo di Riccardo

Durante l’infanzia capitava spesso di trascorrere intere serate davanti al caminetto acceso, io e i miei nonni, avvolti dal crepitio della brace e da un tempo che sembrava rallentare.
Si parlava del più e del meno: dei piccoli episodi di scuola, delle giornate trascorse, ma soprattutto degli aneddoti del nonno. Racconti che avevano sempre un filo conduttore: il calcio. Non il calcio di oggi, ma quello di allora. Un calcio vissuto come epopea, come mito fondativo, come racconto popolare.
Lui, grande sportivo e tifosissimo del Grande Torino, parlava di un calcio romantico, costellato di leggende e misteri mai del tutto risolti. Di campioni oggi dimenticati, ma un tempo venerati come semidei. Di stadi stracolmi, traboccanti di popolo e passione. Di tifosi arrampicati sugli alberi che circondavano lo stadio Amsicora pur di intravedere il campo. Di un’intera terra innamorata del suo campione eterno: Gigi Riva.

Riavvolgendo oggi quel nastro, con quelle storie che ancora riecheggiano nella memoria, lo sguardo cade inevitabilmente sul presente, sul calcio che la mia generazione si trova a vivere. Accendendo un televisore, o, per chi ancora ne possiede una, una radio, prima, durante e dopo le partite, il racconto è sempre lo stesso: calciomercato. Analisi infinite delle strategie dei procuratori, delle plusvalenze, dei milioni da massimizzare. Squadre ridotte a bilanci, calciatori trasformati in asset finanziari, maglie ridotte a veicoli pubblicitari. Gli stadi non sono più luoghi di appartenenza, ma poli commerciali: ristoranti, negozi, hotel, spa. Il calcio non è più un fine, ma un mezzo. A ciò si aggiunge l’occhio inquisitore delle telecamere, puntate come laser su ogni tifoso, con l’obiettivo di demonizzare il tifo organizzato, generalizzando e confondendo singoli episodi di criminalità, infiltrata e minoritaria, con contesti pluridecennali di passione, orgoglio, goliardia e irriverenza. Eppure solo chi ha messo piede in una curva sa cosa significhi farne parte: ritrovarsi, per novanta minuti, accanto a persone mai viste prima, provenienti da mondi sociali lontani dal proprio, ma unite in quell’istante da un sentimento comune. Sentirsi comunità organica non per scelta razionale, ma per appartenenza. Un’esperienza che sfugge a ogni narrazione televisiva e a ogni giudizio moralistico.
Nel frattempo, migliaia di giovani vengono prelevati sin da giovanissimi dalle scuole calcio e formati non alla passione, ma all’efficienza; svuotati di ogni slancio ideale, atomizzati, piegati alla logica del rendimento, delle statistiche e del guadagno. Pedine di un meccanismo più grande, funzionali a un disegno che non conosce radici e identità. Un calcio ormai in ostaggio di entità sovranazionali, corrotte fino al midollo: moraliste in superficie, ma sporche nella coscienza. Entità che parlano esclusivamente il linguaggio delle “entrate”, mentre le squadre, private della loro anima, vengono concepite come aziende. Marketing sfrenato per soddisfare ogni pulsione consumistica; colori sociali snaturati e maglie irriconoscibili. E ancora, tecnologie sempre più invasive e patetiche che meccanicizzano il gioco, lo disumanizzano e azzerano persino la chiacchiera da bar, ultimo baluardo di socialità spontanea. Ma questo processo non riguarda solo il calcio. È il riflesso di una crisi più ampia. In un’epoca in cui nichilismo e consumismo del sistema capitalista sembrano aver colonizzato ogni ambito dell’esistenza, l’uomo rischia di perdere il senso, il legame, il sentimento. Per questo diventa necessario riscoprire le dimensioni romantiche della vita, quelle che resistono alla mercificazione, rendendosi, consapevolmente, estranei alla massa.

E allora, cosa può fare un giovane oggi? Ripartire dal calcio di provincia. Dal calcio più vero: quello dei campi allagati e del fango che straripa. Quello degli sfottò, dei fiumi di birra tra amici, degli stadi a misura di tifoso e non di portafoglio. Quello delle trasferte vissute a bordo di pullman strapieni,tra cori goliardici e spirito comunitario. E poi, tornare a popolare la curva, quella della propria città, in piedi per novanta minuti, con la sciarpa al collo, la bandiera in mano e la gola secca. E ancora, rifiutare i falsi miti del presente, i Ronaldo del momento, costruiti a tavolino come prototipi dell’uomo moderno, per riscoprire, con sano e consapevole nostalgismo, i veri campioni di un tempo: i Gigi Riva. Campioni non di statistiche o di guadagni, ma di vita. Perché, oltre alle prodezze sportive, cosa distingue davvero Gigi Riva da tutti gli altri, se non l’aver scelto di essere estraneo alla massa? Il rifiuto dei milioni facili offerti dalla Juventus o dall’Inter per difendere una maglia, un ideale, una terra sentita come propria. Un atto di fedeltà che oggi appare quasi incomprensibile, ma che proprio per questo assume un valore etico e simbolico enorme. E cosa distingue una curva da qualsiasi altro settore dello stadio, o, peggio, dalla visione sterile davanti a uno schermo, se non il sentimento? La passione, la vitalità, lo slancio collettivo. Il rifiuto dell’arrivismo della vittoria ad ogni costo. Perché che si vinca o che si perda, che si guadagni o che si soffra, l’ideale resta intatto: incorruttibile, ostinato, cucito sulla pelle come un destino.

Ed è forse proprio lì, in quella fedeltà ostinata e irrazionale, che il calcio torna ad essere ciò che era: non un prodotto, ma un’identità. Non un affare, ma una forma di ribellione interiore e collettiva. Non una questione di consumo, ma di spirito. Questo è ciò che dovrebbe fare un giovane sognatore, innamorato del calcio, che desidera un giorno avere ancora qualche aneddoto da raccontare ai propri nipoti, davanti a un caminetto acceso, capace di trasmettere una passione che il mondo moderno non potrà mai corrompere.

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