CALCIO MODERNO: LE RAGIONI DI UN FALLIMENTO
Articolo di Riccardo
“La pirateria uccide il calcio”. Uno slogan martellante, ripetuto ossessivamente negli stadi, negli spot televisivi, persino sulle maglie dei bambini che accompagnano i giocatori in campo. Una formula apparentemente ineccepibile che, se collocata nel contesto reale del sistema calcistico italiano, si rivela per ciò che è, una semplificazione strumentale, utile più a deviare l’attenzione che a risolvere i problemi.
La pirateria, per quanto illegittima, rappresenta una componente marginale rispetto alle criticità strutturali che affliggono il nostro calcio. È il classico capro espiatorio, una narrazione comoda, capace di intercettare consenso immediato, ma funzionale a coprire responsabilità ben più profonde. Allo stesso modo, da anni si punta il dito contro i tifosi e il tifo organizzato, evocando un presunto estremismo che, ancora una volta, serve a distogliere lo sguardo dal cuore del problema.
La realtà è ben diversa. E la partita di ieri, Bosnia ed Erzegovina–Italia, lo ha mostrato con chiarezza. A “vincere”, ancora una volta, non è stata la squadra in campo, ma quei 500 ragazzi con il tricolore: ultimo presidio di una passione autentica, di un senso di appartenenza e di un romanticismo disinteressato che resiste nonostante tutto. Sono loro il vero volto della Nazionale, oggi ostaggio di un sistema piegato alle logiche del profitto, della rendita e dell’inadeguatezza dirigenziale.
Ridurre oltre un decennio di fallimenti, culminati nell’assenza reiterata dalla massima competizione mondiale, a responsabilità individuali, siano esse dell’allenatore di turno o dei singoli calciatori, è un esercizio tanto superficiale quanto fuorviante. Il problema è sistemico.
Basti un dato. Degli undici scesi in campo, solo una minoranza è titolare stabile nei rispettivi club. Un elemento che impone una riflessione. Le società, in particolare quelle italiane, hanno progressivamente abbandonato ogni investimento strutturale sul talento nazionale, preferendo l’acquisto di giocatori stranieri già formati, spesso a fine carriera o funzionali a logiche di brevissimo periodo. Una scelta che risponde a criteri economici immediati, ma che nel medio-lungo termine desertifica il bacino di crescita del calcio italiano.
Il calcio, però, non è, o non dovrebbe essere, mera industria. È formazione, identità, radicamento territoriale. È il percorso di un bambino che sogna la maglia azzurra e trova nel proprio club un ambiente capace di accompagnarlo nella crescita, tecnica e umana. Oggi quel percorso è stato sostituito da dinamiche speculative, da interessi incrociati tra procuratori e dirigenti, da una visione miope che sacrifica il futuro sull’altare del profitto immediato.
A questo modello, sempre più aziendalizzato e distante dalla sua dimensione popolare, va contrapposta una visione alternativa, chiara e coerente. Ricostruire la Nazionale significa, prima di tutto, rifondare il sistema calcistico italiano.
Servono scelte nette e coraggiose: rifondare la dirigenza, oggi ostaggio di logiche interne, politicizzate e poco trasparenti; introdurre regole stringenti sulla sostenibilità economica, con tetti ai costi, agli stipendi e ai cartellini, accompagnati da controlli reali; obbligare i club a investire in modo serio e verificabile nei settori giovanili, costruendo un modello che premi chi forma e valorizza talenti italiani.
Allo stesso tempo, è necessario limitare l’abuso di stranieri e ridurre un sistema gonfiato che disperde risorse senza creare valore.
Parallelamente, occorre rafforzare il passaggio tra vivaio e professionismo attraverso il rilancio del settore Primavera e delle serie minori, come Serie B e Serie C; regolamentare in modo più rigoroso il ruolo dei procuratori; restituire centralità ai territori e ai tifosi, con politiche sugli stadi e prezzi realmente accessibili e popolari; rivedere il sistema dei diritti televisivi, oggi fonte di disuguaglianze, speculazione e dipendenza economica.
Meno mercato e più merito: valorizzazione degli allenatori italiani e introduzione di criteri che premino concretamente chi investe sui giovani e contribuisce alla crescita della Nazionale.
In molti obietteranno che si tratta di misure che, nel breve periodo, potrebbero ridurre l’appeal commerciale del campionato e incidere sui ricavi. Ma noi di tutto ciò ce ne freghiamo. La vera domanda è un’altra: qual è l’obiettivo del calcio italiano? Massimizzare il profitto immediato o costruire, nel lungo periodo, un sistema credibile, radicato e una Nazionale competitiva, identitaria, capace di rappresentare una Nazione?
Senza una risposta chiara a questo interrogativo, ogni slogan, compreso quello sulla pirateria, resterà per ciò che è: una copertura retorica dietro cui si nasconde un sistema marcio al collasso.