paradosso indipendentista

Articolo di Matteo

Anche se è un fatto di nicchia, di cui molti non si interessano, attraversando l'Europa è possibile trovare numerosi movimenti separatisti. Alcuni trai questi sono ben radicati, e detengono solide basi storiche e tradizionali, come ad esempio quello corso, basco o catalano. Altri invece hanno col tempo perso "appeal" diventando banali e fine a se stessi. L’obiettivo ultimo di questi movimenti è la separazione da un determinato stato originale, al fine di essere annessi a un altro o di raggiungere l'indipendenza creando una nuova entità statale. Non di rado, all’interno dei separatismi europei si trovano forti componenti di sinistra o estrema sinistra, elemento paradossale considerando l’impostazione internazionalista tipica di queste ideologie. Il nodo centrale di questa contraddizione sarebbe che i separatisti di sinistra tendano a rimarcare le differenze della propria comunità, definita “popolo”, e dei propri confini, pur sostenendo contemporaneamente visioni fortemente anti-nazionaliste, egualitarie e multiculturali.

Da questa ambigua prospettiva sorge un dubbio: quale coerenza ci sarebbe nel rivendicare l'indipendenza sarda sulla base dello slogan “Sardigna no est Italia” e, allo stesso tempo, sostenere politiche favorevoli a un’immigrazione di massa proveniente da contesti culturali differenti? Altresì, che senso avrebbe sottolineare le peculiarità storiche e culturali dei propri corregionali per poi sostenere un modello di Stato indipendente aperto a chiunque, con accesso facilitato alla cittadinanza e alla definizione di appartenenza al “popolo sardo”?Secondo questa impostazione critica, il concetto di nazionalismo civico - definito come forma di nazionalismo inclusivo basata sulla condivisione di valori politici, cittadinanza, diritti individuali e adesione alle istituzioni, anziché su etnia o lingua comune— risulterebbe problematico, perché l’appartenenza giuridica a uno Stato tramite la cittadinanza non coinciderebbe con l’appartenenza a una nazione intesa come comunità etno-culturale. Stato e nazione verrebbero quindi distinti: lo Stato sarebbe un’entità amministrativa e politica, mentre la nazione indicherebbe un insieme di individui legati da elementi comuni quali origini, storia, lingua, tradizioni o religione, talvolta anche da fattori biologici.

In uno Stato non etnico, la cittadinanza non corrisponderebbe necessariamente all’appartenenza nazionale, rappresentando piuttosto un legame formale con un’istituzione.

Come si fa allora a sostenere separatismi basati su retoriche identitarie o etniche, ma etichettare razzisti altri che difendono politiche identitarie in altri contesti? Non si può senza contraddirsi. Si prenda in considerazione la popolazione Curda, a cui si riconosce il diritto ad uno Stato fondato su basi etniche, in quanto popolo distinto da turchi, arabi e persiani, e giustificato dall’esigenza di preservare identità e autodeterminazione.

Ebbene, applicare lo stesso ragionamento a Stati europei verrebbe sicuramente definito dai soliti inaccettabile o razzista: ne deriverebbe una critica intrisa di retorica universalista secondo cui le identità nazionali sarebbero irrilevanti o addirittura inesistenti, da annacquare in narrazioni globaliste e anti-identitarie. Allo stesso modo il tema della lingua, in cui da un lato si critica il nazionalismo idiomatico e la difesa della “purezza” della lingua, giudicati retrogradi, mentre dall’altro si rivendica il riconoscimento ufficiale delle parlate locali, la tutela istituzionale e l’uso pubblico attraverso segnaletica e media dedicati, fino alla richiesta di uno Stato indipendente fondato su una specifica identità culturale.

Il paradosso indipendentista quindi nasce dalla difficoltà di conciliare due spinte divergenti: da una parte la rivendicazione identitaria, che presuppone l’esistenza di un popolo distinto e la necessità di preservare caratteristiche specifiche; dall’altro l’adesione a principi universalisti che mirano a dissolvere o relativizzare proprio quelle differenze su cui la richiesta di autodeterminazione si fonda. La questione centrale, dunque, è stabilire una linea politica coerente alle motivazioni dell'indipendentismo, sia questo legittimo o meno. Solo affrontando apertamente queste contraddizioni sarà possibile uscire da una dialettica ideologica sterile e composta da slogan, così da riportare il confronto su un piano più lucido, realistico ed intelligente.

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