DANTE, IL DOVERE DELLA PAROLA

Articolo di Rebecca

Tra i versi di una delle opere più celebri della letteratura italiana si esplica la statura del "Ghibellin fuggiasco", un uomo che, grazie alla sua potente capacità letteraria, è divenuto nel corso del tempo uno dei pilastri della nostra identità italiana: Dante Alighieri. Le numerose opere del poeta medievale sono note: "Vita Nova", "le Rime", il "De Monarchia", il "Convivio" e per ultima, ma non di certo per importanza: la "Divina Commedia". E' proprio su quest'opera, o meglio dire: su determinate parti della stessa, che si concentrerà questo articolo al fine di mettere in luce la grandezza e bellezza di un uomo attraverso le parole e le immagini da lui utilizzate in uno dei capolavori della letteratura italiana (e, a mio modesto parere, mondiale).

Ab initio repetere, Dante vive in un contesto socio-politico complesso: nel 1295 iniziò a partecipare alla vita politica del Comune di Firenze; ai tempi lo stesso venne messo a dura prova dalle lotte tra le fazioni dei Guelfi Neri (che difendevano una politica filopapale) e Guelfi Bianchi (che difendevano una maggiore indipendenza dalla curia romana) e in un tale contesto la posizione di Dante era a favore dei Guelfi Bianchi. Successivamente, con la vittoria dei Guelfi Neri nel 1301, molti uomini della parte opposta furono vittime di rappresaglie, di ingiurie e condanne tra le quali quella dell'esilio, così come accadde a Dante stesso.
Inizia così e con altri travagli ill suo esilio in diverse corti italiane, il quale si concluse solo con la sua morte avvenuta a Ravenna nel 1321. Un esilio lungo, travagliato e sofferto fu quello che venne vissuto dal poeta e così e con la stessa forza e dirompenza, venne esternato nella Divina Commedia. Celeberrimi sono i versi nel XVII canto del Paradiso:

- 55 "Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente; e questo è quello strale che l'arco dello esilio pria saetta”
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58 “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e 'l salire per l'altrui scale."

In questi versi emerge il destino del poeta annunciato come una profezia, un esilio sofferto, per il quale sarà costretto ad abbandonare ogni cosa a lui più cara: in primis, la propria amata città, Firenze. La fatica dell'esilio si esplica, negli stessi versi, nel movimento (...) "e come è duro calle / lo scendere e 'l salire per l'altrui scale."

Le scale (v.60) sono "altrui", quindi "d'altri", estranee: non saranno dal poeta conosciute, familiari, proprie: non saranno della propria patria, della propria dimora, ma avranno la freddezza del passaggio celere. Una tale sofferenza dovrà esser sopportata da Dante fino alla fine della sua vita, ma essa non toglierà l'amore per la propria patria che lo contraddistingue in ogni parola, verso, canto e cantica, anche laddove denuncia (non senza timore, come si vedrà a breve) la degenerazione del proprio tempo. L'amor patrio, la letteratura ce lo ha insegnato, si fa manifesto in tante e diverse forme, ma in Dante emerge, a mio modesto parere, nella risolutezza d'animo nel dire ciò che gli occhi hanno visto di più corrotto, al fine di render gloria e giustizia all'ingiustizia da lui (e non solo) vissuta.

Si legge nello stesso canto: “Giù per lo mondo senza fine amaro, e per lo monte del cui bel cacume (...) ho io appreso quel che s'io ridico,a molti fia sapor di forte agrume, e s'io al vero son timido amico, temo di perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico”. La statura di Dante quale non solo poeta, ma anche quale uomo, emerge in maniera peculiare in questi versi: conscio del dovere morale che tiene nei confronti dei postumi che in lui dovranno rivedere un pilastro del proprio tempo. Ma oltre ad essere un insigne exemplum, Dante fu anche un uomo: emerge in lui la paura delle conseguenze delle sue parole, commista al timore di non rendere gloria al suo tempo in chi verrà dopo di lui.
Nei versi successivi, in risposta, Cacciaguida (con il quale interloquisce il poeta nel canto), gli dà una lezione di coraggio e dovere morale che non tocca solo Dante stesso, ma è una lezione per tutti noi: "Coscienza fusca o della propria o dell'altrui vergogna pur sentirà la tua parola brusca; ma nondimen, rimossa ogni menzogna, tutta tua vision fa manifesta; e lascia pur grattar dov'è la rogna! Ché se la voce tua sarà molesta nel primo gusto, vital nutrimento lascerà poi, quando sarà digesta”.

La paura non deve fermarci ma prendendo coraggio, dobbiamo proclamare il nostro vedere e sentire soprattutto per difendere il nostro tempo e renderlo manifesto a chi ci sarà dopo di noi, al fine di migliorare ciò che più ci sta a cuore: la patria. L'esempio di Dante ricorda l'importanza di avere coraggio e di superare la paura delle conseguenze personali per amore della verità. Solo una parola libera e risoluta, per quanto possa apparire "molesta" nell'immediato, è capace di trasformarsi in quel "vital nutrimento" necessario per riscattare il nostro tempo e onorare la patria di fronte ai posteri.


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