REmigrazione: alla fine, nUlla di nuovo
Articolo di Matteo
Negli ultimi decenni abbiamo visto come l'introduzione di nuovi termini possa condizionare fortemente il dibattito politico. Spesso queste parole vengono accompagnate da un cosiddetto "effetto shock", che viene dettato dalla lobby politica di riferimento in maniera positiva o negativa. Per intenderci, se per alcuni battersi per la libertà e la sovranità della patria palestinese significa stare dalla parte dell'oppresso, per altri invece significa attentare alla legittimità della "democrazia del Medioriente". Insomma, ad oggi all’interno del dibattito politico è inevitabile l'utilizzo di frasi con forte carica emotiva che tentano di polarizzare l'opinione pubblica. Ed è proprio qui che "Remigrazione" entra in gioco.
La parola "remigrazione" nasce in ambito linguistico e amministrativo come un termine neutro, usato principalmente per indicare il ritorno in terra d'origine di una persona successivamente ad un periodo di migrazione. Già tra l'Ottocento e il primo Novecento compare in testi demografici e statistici, soprattutto in riferimento ai flussi migratori europei verso le Americhe e ai successivi rientri che caratterizzarono quel periodo.
Nel secondo dopoguerra, il termine resta sempre prevalentemente tecnico, ma viene utilizzato da sociologi, economisti e istituzioni per descrivere i movimenti di rientro legati a fattori economici, familiari o politici. In questa fase, remigrazione è quasi sinonimo di “rientro” o “migrazione di ritorno”. Tuttavia, va pur sempre considerato il fatto che il concetto di remigrazione non esiste senza il concetto di immigrazione, anzi è totalmente condizionato da esso. L'immigrazione di massa sta diventando unanimemente un problema concreto, quindi diventa inevitabile la sua risoluzione proattiva e radicale. Karl Marx definiva i flussi migratori come una massa di manodopera in eccedenza, sfruttata dal capitale per mantenere bassi i salari e indebolire il potere contrattuale della popolazione nativa.
A partire dagli anni Settanta e Ottanta, quando incominciò il processo di decolonizzazione del continente africano, enormi masse incominciarono a spostarsi verso il vecchio continente, in particolare verso la Francia. Ed è proprio qui che George Marchais, storico segretario del Partito Comunista Francese (PCF) dal 1972 al 1994, adottò una linea estremamente attuale sull'immigrazione, da lui stesso definita come "a difesa degli interessi della classe operaia francese". La sua posizione è riassumibile in quattro punti:
1) Blocco dell'immigrazione: In un celebre discorso del gennaio 1981, Marchais dichiarò esplicitamente: "Bisogna fermare l'immigrazione ufficiale e clandestina". Sosteneva che fosse inammissibile far entrare nuovi lavoratori stranieri in un periodo di forte disoccupazione, poiché ciò avrebbe aggravato la crisi e messo ancora più in difficoltà il tessuto sociale francese.
2) Contro la ghettizzazione: Marchais criticò la concentrazione di immigrati in alcuni comuni (spesso quelli a guida comunista), chiedendo una ripartizione equa tra tutte le città per evitare che il peso dell'accoglienza ricadesse solo sulle periferie operaie, lasciando inalterati i quartieri borghesi.
3) Lettera al rettore della Moschea di Parigi: In una famosa lettera sempre del gennaio 1981 pubblicata su "L'Humanité", Marchais ribadì che la presenza eccessiva di immigrati creava tensioni sociali insopportabili per i lavoratori francesi, accusando il padronato di usare gli stranieri per abbassare i salari.
4) Remigrazione: Sebbene usasse toni restrittivi sui nuovi arrivi, Marchais non proponeva una "remigrazione" forzata di chi era già regolarmente in Francia, bensì sosteneva un blocco dell'immigrazione clandestina ed un rimpatrio di chi non si riuscisse ad assimilare. Inoltre, incoraggiava politiche di ritorno volontario nei paesi d'origine attraverso aiuti allo sviluppo.
A quarantacinque anni di distanza dalle parole di Marchais, il "Comitato Remigrazione e Riconquista" ha dato il via ad una raccolta firme di iniziativa per la remigrazione. Se andiamo a vedere gli articoli del programma possiamo facilmente notare che sono pressoché identici a quelli proposti da Marchais: non dimentichiamoci di tener conto che la Francia all'epoca era agli stadi iniziali del problema, così come lo è oggi l'Italia (con decenni di ritardo), perciò risulta corretto interpretare la Francia di oggi come una previsione degli scenari futuri sin caso non si argini il problema di integrazione e flussi migratori.
I punti chiave della proposta di legge del comitato sono il blocco dell'immigrazione clandestina, gli incentivi per il rimpatrio volontario, la salvaguardia del popolo italiano e la lotta feroce allo sfruttamento dell'immigrazione come opportunità di guadagno per pochi a discapito della comunità. Insomma, nulla di nuovo. Questo così similare parallelismo -seppur la fede politica è generalmente considerata opposta- fa riflettere su quali mezzi adotta la politica per mantenere il proprio status-quo: implementazione di etichette che precludono il dibattito e ne annullano il contenuto, divergenza dal fulcro di ragionamento spostando l'attenzione a discorsi superflui ed irrilevanti, appigliarsi a vere e proprie congetture. Tutto questo perché si è capito che la propulsione acquistata da certe idee minaccerebbe la condizione di agio e potere di una certa élite, e qualcuno ha tanta paura che gli venga tirato via il tappeto da sotto ai piedi.
Alla luce di tutto ciò, appare evidente come la “remigrazione” non sia né un’eresia ideologica né un’invenzione sconnessa dalla storia, bensì una risposta formale politica già formulata, discussa e praticata in altri contesti storici, anche da forze oggi considerate agli opposti rispetto a chi ne parla. Ciò che è cambiato non è tanto il contenuto della proposta, bensì il modo in cui essa viene incasellata, demonizzata o svuotata attraverso etichette utili a evitare il confronto. Il vero nodo non è la parola, ma la realtà che essa descrive: una gestione dell’immigrazione che ha prodotto squilibri sociali, economici e culturali ormai critici, e pare che nessuno abbia il coraggio di assumersene le responsabilità. Continuare a nascondere il problema tramite cortine fumogene mediatiche non lo farà scomparire, anzi, farà capire a tutti come il ritorno di fiamma di certi atteggiamenti fa sì che si raccolga ancora più consenso.
Solo un dibattito libero da tabù e fondato sull'interesse concreto delle comunità nazionali, potrà restituire alla politica la sua funzione primaria: governare i fenomeni da protagonisti, senza subirli restando a guardare.